Falstaff / MARIO MARTONE

con

Renato Carpentieri, Lorenzo Gleijeses, Danilo Rovani Gino De Luca, Angelo Borruto, Nino Bruno,
Rocco Caprano Vittorio Cipollaro, Gennaro Di Gennaro, Vito Esposito, Elena Fattorusso Alberto Ferrara,
Pasquale Loffredo, Demi Licata, Alessio Paone Valeria Sacchi, Michele Schiano, Anna Redi

dai drammi di William Shakepseare
Riccardo II
(I, 3 – traduzione di Enzo Moscato)
Enrico IV, parte prima
(I, 2; II, 1, 2, 4; III, 3; IV, 2, 3; IV, 4)
Enrico IV, parte seconda
(II, 1, 2, 4; III, 2; IV, 5; V, 3, 4)
Enrico V
(II, 1, 3)

Regia di Mario Martone
traduzione elaborata collettivamente nell’ambito del laboratorio, confrontando le versioni di Gabriele Baldini, Massimo Bacigalupo, Goffredo Raponi
regista collaboratore Raffaele Di Florio
luci Cesare Accetta
musiche Daniele Sepe
costumi Daniela Salernitano
direttore di scena Grazia Pagetta
assistente alla regia Raffaella Pontarelli
datore luci Armando Esposito
fonico Italo Buonsenso
macchinisti Gennaro Giannini, Enzo Lepre
sarta Iolanda Roberti

collaborazione organizzativa PAV

Conversazione con Mario Martone di Gianfranco Capitta

—- Sarebbe legato alla forma laboratoriale, questo “Falstaff napoletano” non è il primo incontro di Martone con Shakespeare.
L’unico suo testo che ho messo in scena è stato nel 1992, Riccardo II. E i frammenti di Falstaff attorno a cui lavoriamo ora provengono da Enrico IV, che è il  “seguito”, narrativo e dinastico, del Riccardo II, sebbene noi circoscriviamo le gesta di Falstaff al suo mondo. Anche se Enrico IV è un testo meraviglioso per la complessità e l’alternanza dei due piani, per noi l’esigenza del “taglio” viene dal fatto di essere un laboratorio per giovani attori. Fondato sulla presenza di un attore importante, in possesso dell’età e dell’esperienza per affrontare Falstaff: Renato Carpentieri, che era già presente nel Riccardo II (impersonava entrambi gli zii). La sua presenza non è solo di attore, ma di fatti di conduttore del laboratorio assieme a me, a Raffaello Di Florio, Anna Redi che cura il training, e Alberto Ferraro cge conduce il laboratorio di Nisida con i detenuti. Avendo tutti ben chiaro che gli spettatori vedranno i risultati di un laboratorio in fieri, limitato ad alcune scene e ad alcuni spunti attorno al personaggio di Falstaff.

—- Perchè nel titolo viene definito “laboratorio napoletano”?
Non sarà per semplici ragioni logistiche….
Perchè verranno usate le due lingue di cui gli attori napoletani dispongono, l’italiano e il napoletano. A differenziare linguisticamente i due mondi: da una parte quello del principe Hal e di Falstaff, e dall’altra quello con cui pure sono a diretta contatto: quello dell’osteria, dei ladri, dei “favoriti dalla luna”.

—- Come funziona, per ragazzi che provengono da Nisida, e quindi con un passato complicato alle spalle, il confronto con la gozzoviglia e le maleffatte della banda di Falstaff?
Un piano molto interessante per me è proprio la dimensione mimetica. Il principe Hal si mescola agli altri, anche attraverso la lingua, come è chiaramente esplicitato anche in certe battute del testo. Si impossessa di questa lingua per potersi confondere col popolo che governerà.  E’ questo piano di mimetizzazione noi a napoli lo conosciamo molto bene. E’ il modo in cui si mescolano le società, o le ricchezze di varia provenienza: quelle aristocratiche e quelle di dubbia origine. La questione posta da la Capria ne L’armonia Perduta, quella delle due lingue, che sembrava oscurata lungo gli anni Novanta, mi pare che ora sia tornata in maniera miolto forte. La città vive in questo rapporto di mimetizzazione: quando si dice che  Napoli è tornata ad essere minacciosa (e spesso lo è), è difficile nelle strade identificare questa minaccia, come attribuirle immediatamente un quartiere d’origine, una classe sociale, un’appartenenza. Questa minaccia si trasforma, passa da un ambiente all’altro.
Questo per dire che il laboratorio non parla di Napoli, ma ne usa degli strumenti peculari, per prlare di Falstaff e del suo mondo. In questo senso è possibile l’integrazione tra attori giovani (nati  negli anni Ottanta, qualcuno nei Novanta) e i ragazzi di Nisidia. Nello steso tempo i ragazzi di Nisidia compiono l’esperienza di un lavoro con attori professionisti, dall’analisi del testo alla traduzione alla messa in scena. Io lavoro con tutti alla stessa maniera, tutti si trovano a confronto, attraverso un racconto di secoli fa, con dinamiche che possono riconoscere.

—- Nel suo Falstaff prevarrà il suo lato simpatico e mascalzone, o quello che oggi diremmo “antipolitico”?
C’è soprattutto un aspetto “generazionale”: nelle’Enrico IV si fa continuo riferimento aun mondo che si è trasformato, come spesso succede con il racconto delle grandi battaglie epiche ed epocali, a cominciare dall’Iliade. nel nostro caso c’è un acre contrasto tra la forte “contemporaneità” di questi ragazzi e la dimensione quasi “demodè” di Falstaff. Per lui la rapina è ancora un gesto “romantico”, seppure criminale, originato dal bisigno di procacciarsi da vivere; mentre oggi rappresenta solo un macabro gioco rituale, fine a se stesso. Il Falstaff a cui lavoriamo esprime soprattutto questo passaggio temporale, questa distanza; e lo sconvolgente cinismo di Hal, la sua freddezza e il vuoto che sente dentro di sè ci dicono qualcosa di un tempo successivo in cui non c’è spazio per morali di nessun tipo, fatto solo di maschere e automatismi.

RASSEGNA STAMPA

Franco Quadri - La Repubblica

… nella parte del ciccione gaglioffo c’era un magnifico Renato Carpentieri eccitato anche dal far da modello ai ragazzi tra cui spiccava superba tesi di laurea Lorenzo Gleijeses, nel ruolo di Hal, il principe scavezzacollo che alla fine diventa re con il nome di Enrico V, trovando nel dialetto del popolo un’arma per travestirsi e comunicare, con celato cinismo, con quelli che diverranno i suoi sudditi, una volta salito al potere.
Il Falstaff di Martone fra mitra e pistole di Masolino D'Amico

Dall’esercitazione condotta da Mario Martone con attori professionisti e ragazzi del penitenziario minorile di Nisida è risultato uno spettacolo talmente interessante da far rimpiangere che non sia ancora migliore. Questo lo dico io, ma tutti coltivano le loro speranze, e la mia, sempre delusa, è quella di vedere prima o poi un degno allestimento del cosiddetto primo Enrico IV di Shekespeare, ossia di una delle più grandi commedie, storiche e non, mai scritte. Il guaio è che un suo personaggio, Falstaff, ebbe un tale successo da spingere l’autore a riproporlo in altri lavori che oggi spesso vengono in qualche modo accorpati per far campeggiare lo strabordante cavaliere,diventato nel frattempo l’incarnazione di una certa Inghilterra come Don Chisciotte lo è di una certa Spagna; ma così si sacrifica il contesto, per esempio qui la presentazione della guerra come affare privato dei nobili, denuncia articolata con una chiarezza che il teatro non avrebbe più ritrovato fino a Brecht. Ineccepibilmente, Martone mi risponderà che il suo Falstaff, sottotitolato “un laboratorio napoletano”, non voleva essere Enrico IV bensì, appunto, un workshop con cui una serie di occasioni per stimolare degli interpreti un po’ particolari mettendoli in situazioni dove potessero calarsi più facilmente: donde il rilievo dato alle scene di taverna e di malavita, e l’impiego in queste di un napoletano molto contemporaneo, di dura periferia. Aggiungerà poi che non aveva sottomano un attore dell’età e del peso giusto per interpretare  il sovrano, l’usurpatore Bolingbroke diviso tra i rimorsi di coscieza, le delusioni per il figlio degenere e la necessità di avanzare lungo il suo percorso di potere. Qui posso dire solo, peccato: perché due parti fondamentali le aveva invece coperte in maniere esemplare. Il Falstaff di Renato Carpentieri è l’incarnazione dell’idea tanto ammirato da Harold Bloom, con la sua intelligenza e con la sua leggerezza, col suo cinismo ostentato come una maschera difensiva. E il principe Hal, ruolo sempre di difficile distribuzione , trova in Lorenzo Gleijeses un eccellente suggeritore dell’ambiguità e anche della crudeltà nascosta di questo cinico autentico, compagnone dei poveracci solo finché l’esperimento lo diverte e gli fa comodo. Il testo assemblato da più traduzioni in gran parte poi partenopeizzate comincia con la tirata del giardiniere di Riccardo II sullo stato del regno, resa per me quasi incomprensibile dalla versione di Enzo Moscato, e continua con ampi stralci del primo Enrico IV (quasi solo l’osteria e la rapina, però, e la sollevazione dei nobili ridotta a un’unica breve scena tra malavitosi) terminando con una guerra a colpi di mitra dove Hotspur, ma ora non sappiamo quasi chi sia, è ucciso in un corpo a corpo. Poi altri stralci del secondo Enrico IV danno soprattutto spazio ai bagordi con Doll Tearsheet  (una spiritosa Demi Licata), e si finisce con Enrico V. Due ore e mezza, quasi niente scenografia, tutto nero con qualche elemento mobile, jeans e con simili tenute da giungla urbana, piste di coca sniffate dal principe e dai suoi amici, rivoltelle e rumori di motori, sonorità sempre avvincenti di quello che una volta chiamavano dialetto ma che sempre vince i confronti con la Koinè; quasi impossibilità di seguire una storia data la frammentarietà degli episodi, ma vividezza dei momenti singoli, e disinvoltura dei quindici ragazzi, tra l’altro molto ben truccati. Insomma, tonica serata.
Masolino D'Amico – La Stampa

… due parti fondamentali (Martone) le ha coperte in maniera esemplare. Il Falstaff di Renato Carpentieri… e il principe Hal, ruolo sempre di difficile distribuzione, trova in Lorenzo Gleijeses un eccellente suggeritore dell’ambiguità e anche della crudeltà nascosta di questo cinico autentico, compagnone dei poveracci solo finchè l’esperimento lo diverte e gli fa comodo.
Falstaff, 'ma si' nato in Italy di Renato Nicolini

La città del Falstaff di Mario Martone non si trova nelle “storie inglesi” di William Shakespeare ma è la Napoli di oggi. Spettacolo più adatto non si poteva trovare per riaprire al pubblico il restaurato San Ferdinando, il teatro di Eduardo chiuso per troppi anni, su cui era apparso come una cometa in autunno nel corso del Festival del Teatro Italia. Il celebre Fujtevenne!, è riproposto nel suo significato politico, niente affatto grido di artista, ma lucida analisi politica. D’altra parte, per il gioco del caso, tra l’una e l’altra rappresentazione c’è stata la nomina di Mario Martone a Direttore dello stabile di Torino…L’allestimento quasi minimale, che si avvale delle luci di Cesare Accetta, invade la platea senza complicati macchinari neobarocchi ma con due passerelle sopra due file di poltrone, è la vera scena della “Gomorra” di Mario Saviane. Una città buia e notturna, che l’immaginazione può facilmente completare con i mucchi d’immondizia agli angoli delle strade. Giusta provocazione civile, che rappresenta l’inquietudine e la paura di Napoli ancora delusa non attraverso forzature attualizzanti, ma la messa in scena dei testi Shakespeariani dedicati al Falstaff nelle Storie Inglesi, tratti dall’Enrico IV…
Renato Nicolini – L'Unità

… Renato Carpentieri è un Falstaff straordinario… Lorenzo Gleijeses regge il confronto, dando al suo principe Henry la simpatia fisica del ragazzo, ma anche la durezza dello sguardo di chi anche da giovane sta già calcolando il futuro. Un vero contrasto tra l’affettività della giovinezza, l’istinto del cucciolo, e la necessaria anaffettività del potere. Una crudeltà artaudiana (volere “liberamente ciò che è necessario”) contro il proprio istinto.

 

LINK

www.enteteatrale.it
www.sipario.it
www.lastampa.it

 

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